Marco Eusepi. Opere pittoriche

Link Campus University,

Roma 2019

di Tiziana D'Acchille

 

Marco Eusepi è un giovane artista che si è formato all'Accademia di Belle Arti di Roma. Subito dopo il diploma ha iniziato una intensa attività espositiva che lo ha portato a ottenere successi internazionali, tra i quali la recente mostra all’Albert Van Dyck Museum di Anversa. Marco Eusepi attraversa con inusitata maestria i linguaggi tradizionali della pittura piegandoli alle sue esigenze estetiche e ai suoi sogni di paesaggi interiori che riemergono sulle tele dal substrato della grande eredità della pittura italiana.

Nelle sue opere recenti ritroviamo la pastosità del primo Morlotti, la ricerca tonale della stagione felicissima della pittura italiana del secondo dopoguerra, la forza di un Soutine e la dolcezza di un Morandi. Tutto questo sembra aver impresso nella poetica di Eusepi una traccia solida e imprescindibile, una traccia che qualifica la generazione cui Eusepi appartiene come una generazione di giovani pittori che ha finalmente compreso il valore fondante di quanto li ha preceduti e di come questo valore fondante possa essere un continuo e inesauribile serbatoio da cui attingere suggestioni cromatiche, iconografiche, poetiche, visionarie.

Per sua stessa ammissione il linguaggio di Marco Eusepi è sospeso e spesso oscillante tra figurazione e astrazione, e sembra proprio che nella sua stessa natura di giovane artista risieda la sospensione tra la concretezza e la visione, tra una realtà spesso crudele e la potenza visionaria del sogno in cui perdersi. È per questo che probabilmente Eusepi ricerca nelle pieghe del linguaggio della pittura il segreto di un sogno che stenta a palesarsi, un sogno che comunque pervade le sue tele, sia quelle caratterizzate da un approccio realistico più deciso, sia quelle che emergono da brume pastose che non disdegnano la lezione di Turner o dei più audaci espressionisti astratti.

In questa mostra alla Link Campus, allestita in occasione della Rome Art Week, Eusepi si confronta senza timore con uno dei temi più diffusi ma al contempo più difficili della pittura: il paesaggio. Ma è proprio nel trattare con la sprezzatura di chi ha compreso la pittura e l'immensità del soggetto che risiede la grandezza di questo giovane artista, che affronta il lungo e affascinante cammino che ha davanti con l'ironia e la consapevolezza degli Eletti che, per dirla con le parole di Oscar Wilde : "sono coloro per i quali le cose belle non hanno altro significato che di pura bellezza."

Underpainting

Albert Van Dyck Museum, Schilde, Antwerp

September 2019

 

Albert Van Dyck and Marco Eusepi and the Kempen landscape.

di Peter De Laet

Curatore, Albert Van Dyck Museum

 

Albert Van Dyck (1902-1951) became a student at the Royal Academy of Fine Arts in Antwerp in 1918. From 1921 he is admitted to the National Higher Institute of Fine Arts in Antwerp . By this way he can further develop his technical mastery in drawing and painting.

But urban life in Antwerp could not inspire him and in 1930 he settled in Schilde. Searching for a religious meaning he created scenes filled with the higher mystery of the cosmos in the vast Kempenland. The artist lives meditatively, withdrawn to the silence of the countryside. While dreaming, he is guided by elements of a landscape: a tree trunk, a wall, a fragment of a home.

 

Immediately the last memories of existing painting styles and emerging -isms disappear. The artist enters into a dialogue with Nature. Nature now becomes the reflection of its own personality. Here he searches and finds everything he needs to express himself.

This vision will be afterwards described as animism. In 1942, Paul Haesaerts uses the term to group a new generation of artists who are strongly opposed to the distortions of expressionism. There is no question of a school or an aesthetic direction. Direct contact with life feeds the artist. This attitude is not from yesterday or today, it is of all times and all places.

Albert van Dyck's aversion to all theories that violate nature and thus break the link with reality, seems to me to explain why Marco Eusepi felt in love with Van Dyck's landscapes and the artist's method. Just like Albert van Dyck, Marco is a lonely seeker, only concerned about "being himself", free from any influence. Their tradition-based work is a dialogue between a hesitant craving for the purest emotion and the charm of the budding life. Quiet and modest, simple and calm, staid-balanced and, contemplative-meditative in nature.

 

In September 2019, part of the exhibition space of the Albert Van Dyck Museum in Schilde will be made available for Marco Eusepi. During the three preceding months Marco allowed himself to be immersed in the work of Albert Van Dyck and visited the surroundings that inspired Van Dyck. During the exhibition in Schilde he shows how this dialogue influenced him artistically.

This turns the clock back. Moved by the Italian primitives at the Louvre in 1932, Van Dyck decided to visit Italy in 1937. His travel impressions from Italy show how enthusiastically he reacted to Italy and Italian art. It bears witness to its strong traditional personality, going against the flow of surrealism and recalling the old Bruegel, who also undertook the traditional journey over the mountains.

 

Similarities between the paintings of Albert van Dyck and Marco Eusepi should not surprise us. Both artists are led by the same urge: landscape as an expression or an internal sight. The landscapes are mostly deserted and lonely, immersed in an atmosphere of introspection. But they still are spring and summer landscapes, where everything is young and green.